Il workshop Rinascènza e la mostra fotografica

Prendi un gruppo di persone sconosciute tra loro che hanno in comune l’arte fotografica.
Fornisci loro un tema a carattere folkloristico e territoriale con cenni di nozioni storiche.
Dai loro le linee guida tecniche e artistiche.
Infine mandali per strada a sperimentare.

Il risultato potrebbe essere inaspettatamente meraviglioso.

Ma partiamo dall’inizio.

Quindici giorni fa avevamo annunciato sui nostri canali l’avvio di un workshop di fotografia propiziatoria denominato Rinascènza: il progetto è stato volutamente programmato in un periodo particolare dell’anno, ovvero quello della settimana santa dove i rituali religiosi della città di Ruvo, già noti per il carattere emozionante e spirituale, si svolgono parallelamente a quelli folkloristici ormai radicati nella memoria popolare.
A questi elementi della tradizione, si affianca (e si concatena) il naturale passaggio dalla stagione invernale a quella primaverile, caratterizzato dal naturale processo di rinascita.

Dunque gli elementi religioso, folkloristico e territoriale hanno fornito il giusto spunto per il tema del corso fotografico che La Capagrossa ha voluto organizzare in collaborazione con Cacciatori d’Ombra, che ha visto coinvolti 9 corsisti guidati dal fotografo barese Alessandro Cirillo.

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Obiettivo del corso: utilizzare la fotografia come linguaggio per raccontare di volti, di sguardi e di occhi che vivono questo momento di passaggio, di rinascita e di ritrovata freschezza.

Il workshop si è svolto nel weekend a ridosso della domenica delle Palme e ha visto, durante la giornata del sabato, una introduzione alla tematica del corso con l’ausilio di Cleto Bucci, console per la Puglia del Touring Club Italiano, nonché storico ruvese ed ex assessore alla cultura della città.
Il fotografo Alessandro Cirillo, docente del corso ha istruito i partecipanti sulle tecniche fotografiche.

Tra il pomeriggio del sabato e la giornata successiva, quella della festività liturgica delle Palme, i corsisti sono usciti allo scoperto per uno shooting fotografico in esterna e, dopo essersi piazzati in uno dei punti nevralgici del passeggio cittadino, hanno invitato i passanti a sottoporsi all’esperimento fotografico.

È stato chiesto loro di interpretare con l’espressione del volto dunque, i due momenti che caratterizzano la rinascita: il primo legato alle tenebre, al freddo inverno, al torpore. Occhi chiusi.

Il successivo è quello della riconciliazione con la vita, interpretazione volutamente supportata dall’ausilio dei tradizionali simboli che addobbano la Quarantana ovvero la conocchia e il fuso (simbolo del lavoro femminile e del tempo che passa), l’arancia (un tempo veniva utilizzato un melograno o una patata) e le sette penne di gallina conficcate in essa che rappresentano le settimane della Quaresima.
Abbiamo lasciato libera scelta di introdurre, nello scatto, qualsiasi altro simbolo che potesse ricondurre al concetto di rinascita e di riconciliazione con la vita: e quindi ecco comparire un uovo, una macchina fotografica. I bambini.

Inaspettata la partecipazione di 81 cittadini che, dapprima con titubanza e poi con entusiasmo si sono prestati al progetto. Sono stati effettuati oltre 200 scatti sui quali è stata operata una selezione al termine dello shooting.

RinascènzaLa primavera. La Pasqua e le sue tradizioni. Un paese e le sue persone.La fotografia è il linguaggio per…

Posted by La Capagrossa Coworking on Saturday, April 8, 2017

 

Il passo immediatamente successivo è stato quello dell’installazione della mostra. È la parte che ha richiesto un notevole impegno di energie e di collaborazione, per riuscire a realizzarlo al meglio ed esprimere con tutta la forza i sentimenti reconditi di base del progetto.

In tre giorni l’ex Convento dei Domenicani di Ruvo, già sede della Pinacoteca Comunale di Arte Moderna, ha visto un viavai di cavi di nylon (che sembravano impossessati e si intrecciavano continuamente), trabattelli e scale, diverse decine di metri di nastro adesivo, materiale da riciclo vario, cartoncini colorati, stampe fotografiche, una quantità infinita di caffè e dolci vari e, elemento più importante, i nostri ormai affezionati Amici de La Capagrossa sempre pronti a sostenerci fisicamente e strumentalmente in tutti i nostri (folli) progetti.

 

L’installazione è stata strutturata per poter essere attraversata e vissuta sulla pelle, con gli occhi, con il tatto, attraverso le sensazioni.

Appena voltato l’angolo del corridoio dell’ex Convento dei Domenicani, si percepisce da subito una sensazione di oscurità, di passività: è il momento legato al freddo inverno. Dal soffitto scende una fitta rete di fasce, che impedisce alla luce di filtrare e trasmette un senso di oppressione. A passarci sotto la si può sfiorare con le mani, pesante, tangibile.

Nel mezzo scendono, quasi fino a sfiorare il pavimento, le immagini dei volti di uomini e donne con occhi chiusi, quasi a creare un labirinto, un ostacolo nel cammino: lo sfondo fluo dei loro ritratti non basta a distogliere l’attenzione dall’austerità dei loro volti, nell’interpretazione dell’abulia.

La sensazione è quella di sentirsi quasi irretiti dai quei volti addormentati.

Ma oltre si intravede la luce, si percepisce una prosecuzione di quegli stessi colori, fluo ma con un’intensità differente. Si accelera il passo facendosi strada con il proprio corpo, discostando quelle immagini con le spalle, con le mani. E tutto ad un tratto, desiderata, sperata, agognata… la rinascita. Un’ondata di luce investe il visitatore. Frontalmente gli stessi volti appena abbandonati, appaiono sorridenti, sereni, rallegrati da un’aurea di freschezza, rincuorati dal conforto di una ritrovata gioia.

All’improvviso ci si sente pervasi dal sollievo, dalla sensazione di essere riusciti ancora una volta a superare un ostacolo, pronti a godere appieno di una nuova esperienza di vita.

La domenica di Pasqua, giorno preposto alla rinascita in tutta la sua forza ed espressione religiosa e folkloristica, abbiamo inaugurato la mostra fotografica.

 

A tagliare il nastro (di carta riciclata) il sindaco Ninni Chieco e l’assessora alla cultura Monica Filograno seguiti da amici, parenti, corsisti, conoscenti, curiosi i quali componevano una folla di persone che non ci aspettavamo davvero di vedere.

Emozionante tanto da far luccicare più di un paio di occhi, da far battere i cuori, ed entusiasmante tanto da perdere quasi l’orientamento tra le foto che pendevano dal soffitto.

E al termine del percorso, abbiamo installato un piccolo set fotografico dove tutti i visitatori hanno la possibilità di poter replicare gli scatti della rinascita e condividerli sui canali social, utilizzando l’hashtag ufficiale dell’evento #BuonaRinascènza.

Le vostre foto direttamente dal set della mostra fotografica Rinascènza (https://goo.gl/A08UEk)Visitate l'installazione…

Posted by La Capagrossa Coworking on Wednesday, April 19, 2017

 

Non è facile Rinascere. Perché la Città, la Società, ci impongono i propri schemi. E nella routine, durante l’esecuzione di tali schemi, siamo a vivere ad occhi chiusi, allineati, compressi.

Non è facile Rinascere ma possibile. E allora a La Capagrossa Coworking, con i corsisti, con Alessandro Cirillo, Mauro Ieva, con gli 81 cittadini che si sono prestati, abbiamo deciso che Rinascènza fosse la costruzione di una comunità che “apre gli occhi”, che attiva sul territorio, amplifica i propri spazi d’azione. Tante piccole variabili ad altezze differenti, che insieme formano il più perfetto degli algoritmi.


 

La mostra resterà aperta fino al giorno 23 aprile 2017
Orari di apertura: dal lunedì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20.
Chiuso il lunedì pomeriggio.

Ideazione workshop e allestimento mostra a cura de La Capagrossa Coworking

Corsisti: Antonio Amenduni, Donato Anselmi, Michele Bucci, Tania Cantatore, Felice Tibberio, Mara Dani, Vincenzo Fracchiolla, Agnieszka Kolacka, Marco Volpe.
Docente: Alessandro Cirillo
Allestimento: Ivan Iosca (XYZ Officine)
Progetto grafico: Valentina Caldarola (La Capagrossa Coworking)
Ufficio stampa: Giovina Caldarola (La Capagrossa Coworking)

Un vivo ringraziamento per la collaborazione a:
Monica Filograno, Assessorato alla Cultura e Pubblica Istruzione
Mauro Ieva, Cacciatori d’Ombra
Cleto Bucci, Console Touring Club Puglia
Francesco Picca, direttore della Pinacoteca Comunale di Ruvo di Puglia
Maria Volpe, Ristorante U.P.E.P.I.D.D.E.
Daniela Raffaele, Clitorosso
Rino De Biase, Azienda Tipografica De Biase

La Capagrossa a Milano con Tempo Riuso

Nel mese di Aprile 2017 siamo stati a Milano per una passeggiata di protesta ed un pacifico confronto di idee, organizzata in occasione della Settimana del Design, per porre l’attenzione sull’area dei Mercati Generali, uno spazio immenso, in parte interessato da un programma di riuso temporaneo.

Il rischio imminente che parte di queste aree vengano vendute, le realtà insediate cacciate, per ricavare una rendita fondiaria ed immobiliare da investire in un non chiaro progetto di rigenerazione dei Mercati, ha spinto l’associazione milanese Tempo Riuso ed altre realtà associative, creative e gruppi di studenti a lanciare la sfida di confrontarsi per verificare ed attivare assieme le nuove proposte.

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Per gli edifici in abbandono, per gli spazi e i flussi di merci e persone dei Mercati all’ingrosso, per ripensare a nuove imprese e start-up che producano nuovi prodotti dagli scarti presenti ai Mercati, assieme a cittadini, professionisti, studenti universitari ed investitori.

Ecco, noi siamo stati invitati a prendere parte a tutto questo e dare il via ad una nuova rivoluzione urbana.

Ivan Iosca e Giorgia Floro ci raccontano la loro esperienza.

Lo scorso anno, durante il workshop “Reciclicity” con Tempo Riuso e Superuse-Studios, avevamo immaginato un nuovo futuro per i Mercati Generali di Milano.
Una rigenerazione urbana nel rispetto delle famiglie che da generazioni abitano gli spazi dell’avicunicolo e delle nuove associazioni che da pochi anni sono riuscite ad aprire alcuni luoghi alla città.
Ieri, una passeggiata, un’installazione artistica e un dibattito animato organizzato da Tempo Riuso con Raumlaborberlin e noi de La Capagrossa Coworking, hanno nuovamente posto l’attenzione sul futuro di quest’area e sulla necessità di una visione più ampia.
Ringraziamo tutti per la fantastica esperienza e Pastor Leumund per il super concerto finale 😉
p.s. porteremo al sud quello che i nostri occhi hanno visto, le nostre orecchie udito e le nostre mani assemblato.

Rinascènza – workshop di fotografia propiziatoria

La primavera. La Pasqua e le sue tradizioni. Un paese e le sue persone. La fotografia è il linguaggio per raccontare di volti, di sguardi e di occhi che vivono un momento di passaggio, di rinascita e di ritrovata freschezza.

Per sentirci parte della storia, per comprendere e far proprio il significato delle tradizioni, non dobbiamo solo conoscerle ma abbiamo bisogno di viverle. Il workshop è il nostro pretesto per indagare tutto ciò e rendere la Rinascènza un momento personale di cui fare esperienza e da condividere.
Al termine verrà organizzata una esposizione pubblica dei lavori realizzati.

Le iscrizioni scadono alle ore 20 del 7 aprile 2017.

Info –> www.metooo.io/e/rinascenza-workshop-di-fotografia

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Laboratori di Autocostruzione Magica Condivisa

Dopo essere risultati vincitori dei finanziamenti Mettici le Mani della Regione Puglia, ed un breve periodo di organizzazione e pianificazione, cominciamo con il primo di una serie di grandi appuntamenti previsti nel nostro calendario.

Nella necessità di allestire il nostro spazio di coworking, abbiamo ideato tre laboratori di autocostruzione magica condivisa. Sì, magica perché alcuni amici dicono che la conoscenza, se la condividi aumenta 🙂
Abbiamo deciso di chiamarli TAH-DAAH!, augurandoci che alla fine, ognuno di noi abbia il coraggio di immaginare nuove alternative.

Il pretesto è dunque realizzare alcuni arredi dello spazio ma quello che ci interessa realmente è il processo che andremo ad affrontare insieme: attraverso i tre momenti, passeremo dalla manualità (fare), alla progettazione (saper fare).

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CACCIAVITE. Obiettivo del primo lab è acquisire competenze manuali base quali conoscenza delle macchine utensili e dei materiali. Il progetto è già definito: realizzeremo contenitori partendo da pallet.
Strumenti e modalità.

AGO. Il secondo lab prevede la realizzazione di un oggetto e la progettazione e realizzazione di alcuni innesti. Realizzeremo elementi divisori per le scrivanie e altri piccoli arredi dove creeremo trame con l’ausilio di stoffe e tessuti.
Ingegno e ragionamento.

MATITA. Sarà il gruppo intero a decidere le sorti di una stanza dello spazio di coworking: la reception. Alla progettazione collaborativa, incentrata sui bisogni dei coworkers, seguirà la fase di realizzazione utilizzando materiali di scarto.
Creatività e progettazione.

I laboratori si svolgeranno secondo il seguente calendario:

1) 3-5 marzo CACCIAVITE.

2) 10-12 e 17-19 marzo AGO.

3) 24-26 marzo MATITA.

La partecipazione all’evento è consigliata dai 16 ai 99 anni 🙂 ed è GRATUITA, previa iscrizione su Eventbrite. Prevediamo un numero massimo di 15 partecipanti per ogni appuntamento, dunque ACCORRETE AD ISCRIVERVI!

Tutte le informazioni necessarie alla partecipazione saranno poi comunicate tramite mail agli iscritti, sull’evento e attraverso il nostro canale Telegram t.me/lacapagrossacoworking

TAH-DAAH! è un laboratorio di autocostruzione previsto nel progetto presentato da La Capagrossa Coworking e vincitore del finanziamento Mettici le Mani (Bollenti Spiriti) della Regione Puglia.

Realizzato con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili del Comune di Ruvo di Puglia e la collaborazione del GiovanIdee Forum Ruvo di Puglia.

La Capagrossa coworking vincitrice di Mettici le Mani

Il bando è quello di “Laboratori urbani – Mettici le mani”, per il quale, dal 1° ottobre 2015 al 29 aprile 2016, attraverso la procedura telematica, sono arrivate 66 proposte, di cui 60 ammissibili. Fra queste, attraverso una selezione che comprendeva cinque variabili, ne sono state scelte 28. Tra tutte, primo in graduatoria con 78 punti a parimerito con un progetto brindisino, c’è “La Capagrossa coworking. Uno spazio dove contano le persone e le loro idee”, pensato e proposto dall’omonima associazione ruvese, che ha ottenuto i 25mila euro richiesti.

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Il progetto ruvese è stato valutato positivamente perchè evidentemente risponde in maniera adeguata alle finalità del bando. I soldi verranno infatti spesi «per creare una dotazione adeguata allo spazio di coworking e per fornire nuovi servizi» all’interno della sede di via Martiri delle Foibe, spiega Ivan Iosca, uno degli otto componenti dell’associazione.

La Capagrossa punta infatti a mettere in atto meccanismi che introducano nuove funzioni e attività in relazione tra loro, e in definitiva nuovi posti di lavoro, innescando una trasformazione sociale.

L’idea vincente comprende la «progettazione di spazi versatili a disposizione delle varie necessità». Fra queste, una stanza con 12 postazioni di lavoro a scomparsa che, all’occorrenza, lasciano l’ambiente completamente sgombro per altre attività, un’area di rappresentanza e una cucina. L’attenzione e l’interesse per il cibo potranno in futuro creare nuove occasioni di incontro e di scambio.

Lo spazio diventerà così ancor più un contenitore aperto, dallo stile dinamico, che stimola le potenzialità di chi lo vive. Attraverso bellezza e riscoperta delle relazioni, donerà al lavoratore indipendente più equilibrio e stabilità, oltre alla possibilità di avviare nuove sinergie. La condivisione è il principio base del sistema, in grado di definire relazioni non solo tra coworker, ma anche tra enti e associazioni.

Il fine ultimo è invertire le rotte solitarie a favore di una rete sociale e lavorativa. Nel perseguirlo, il gruppo è motivato, poichè nelle precedenti iniziative ha riscontrato una risposta entusiasta da parte della gente. «Le persone sono rimaste colpite e attratte», ci dice Ivan, raccontando dei molti ragazzi che reclamano su facebook nuovi appuntamenti, al grido di “Ci mancate!”. Ma non sono solo i giovani ad essersi avvicinati al loro mondo. «Abbiamo fatto breccia anche nelle famiglie del quartiere e non ce lo aspettavamo. Al picnic urbano (organizzato a settembre scorso in occasione di Evoluzioni, ndr) sono scesi in molti dai palazzi circostanti per stare con noi. Alcuni indossavano gli abiti della festa».

Non uno spazio settoriale, dunque, ma un luogo aperto ad attività diverse da condividere. Questa eterogeneità è anche il vero e principale punto di forza del gruppo che, seppur piccolo, annovera persone dalle più disparate professionalità (che spaziano dal design, all’archeologia, alla fisica…), ognuna ugualmente qualificata nel suo ambito.

fonte Ruvolive.it

Il crowdfunding del cuore

Ritorniamo dopo alcuni mesi di duri e concentrati lavori e peripezie per la sede del nostro coworking (ahi, quante ce ne stanno facendo passare) e riprendiamo parlando di un argomento che ci sta a cuore: il crowdfunding.

Alcuni mesi fa siamo stati ideatori di uno splendido crowdfunding a supporto del Talos Festival di Ruvo di Puglia, che per diverse ragioni aveva subito un arresto anomalo con il rischio di saltare l’edizione 2015. Meno di un mese di duro lavoro per la preparazione, 40 giorni di crowdfunding e 2000 euro raccolti (online e offline). Una cifra non altissima, ma raccolta grazie all’affetto che tante persone hanno dimostrato nei confronti della manifestazione musicale.

Quello che ci aveva tanto gratificato però non era tanto l’aspetto economico (comunque fondamentale in una raccolta fondi), ma il coinvolgimento e la rete che eravamo riusciti a creare, raccogliendo millemila testimonianze sia fotografiche sia video da diverse parti del mondo… Ebbene si: Australia, Olanda e Stati Uniti in pole position! Questo a dimostrare l’internazionalità del festival.

Il crowdfunding è un metodo di raccolta fondi che ha preso molto piede negli ultimi tempi, nel quale in cambio di una donazione a sostegno di un progetto, si ricevono alcune ricompense in molti casi simboliche. Ma, ad eccezione di una percentuale bassa di progetti virali con successi stratosferici, noi crediamo che un crowdfunding ha un vero successo se fatto con il cuore.

A questo proposito, abbiamo un bell’esempio che ci teniamo oggi a raccontare, che unisce le parole coworking – innovazione – sud – territorio – cuore: il suo nome è PostPickr e dietro ci sono tre meravigliose persone.

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I loro nomi sono Maurizio Lotito, Maria Miracapillo e Antonello Fratepietro, tutti di Andria. Il chi sono e da dove vengono lo trovate qui. Ma il dove vorrebbero andare, è un’altra storia.

Circa tre anni fa hanno annusato l’idea di realizzare un tool per coloro che utilizzano le piattaforme social per lavoro e che spesso si ingarbugliano con pubblicazioni multiple su diversi canali.

Per chi non lo sapesse, la gestione dei canali social a scopo divulgativo (commercio, marketing, cultura, entertainment) è diventato un vero e proprio lavoro. Chi lo fa deve essere costantemente connesso e programmare post, video, immagini in diverse ore della giornata per aziende, personaggi famosi, luoghi della cultura. In commercio esistono già dei big tool internazionali del settore, ma qui si sogna una alternativa tutta italiana.

Parte la sfida (a tratti ambiziosa diciamolo): vincere la concorrenza internazionale! Dopo vari test privati, la prima versione beta del tool viene messa pubblicamente online un anno fa, cercando sempre più persone che volessero testarla. Viene creato un gruppo chiuso di users su Facebook, dove i beta tester chiamati a raccolta, possono segnalare bug, correzioni, suggerire migliorie e cambiamenti sulla base della propria esperienza. La triade andriese è sempre disponibile, cordiale nelle risposte, gentile, generosa e instancabile nei ringraziamenti. Si innesca un processo di fiducia e familiarità, di confidenza professionale ma anche amichevole: la diretta conseguenza è la nascita di una rete in cui vengono scambiate opinioni, si stringono rapporti di conoscenza, anche (e sopratutto) lavorativi. Gli users stessi chiamano a raccolta colleghi e conoscenti nel gruppo, invitandoli a testare il tool. Si viene a creare un nuovo gruppo di professionisti (ad oggi oltre 700), tutti uniti nell’unico scopo di testare PostPickr, il cui progetto cresce grazie a loro e con loro.

È un coworking virtuale.

Inevitabilmente nasce la necessità di accelerare lo sviluppo delle nuove funzioni suggerite dagli utenti, ma per fare questo serve il vil denaro, sopratutto perchè diventa necessario coprire i costi di mantenimento della piattaforma.

E quindi si giunge all’idea del crowdfunding.

Circa 40 giorni fa, dopo lunga preparazione (supponiamo, data la nostra precedente esperienza) parte la loro campagna di raccolta fondi su Eppela con goal posto alla cifra di 10mila euro. Previsti diversi livelli di donazione (dai 5 euro ai 1500) grazie ai quali è possibile abbonarsi all’utilizzo della piattaforma PostPickr ad oltre la metà del prezzo di listino. Un’offerta allettante per gli users. Difatti dopo due giorni era già stato superato il 19% della cifra richiesta. Inizia quindi una frenetica attività di divulgazione e sponsorizzazione (radio, blog, carta stampata e testate online, meeting) guidata dal team di PostPickr, condivisa e amplificata dagli users grazie al quale, con un lento ma inesorabile cammino, ha permesso il raggiungimento dell’obiettivo in meno di 30 giorni dall’inizio della campagna.

Ma come in ogni campagna di crowdfunding che si rispetti, il vero picco arriva sempre allo scadere del termine: in 13 giorni si raddoppia la cifra, grazie anche (e sopratutto) al giusto appello-scossone della triade andriese.

Nel momento in cui viene scritto questo articolo, a circa 17 ore allo scadere del crowdfunding, la cifra raccolta è di oltre 21mila euro con un incremento di oltre il 113% del goal. 

Inutile descrivere gli animi del team e dei supporters del progetto sparsi sul territorio nazionale: l’emozione (e la commozione) si legge tra le righe dei post che animano queste ultime ore la bacheca di Facebook, tra una emoticon, un cuoricino e dieci punti esclamativi.

Dov’è la chiave di questo enorme successo?

PostPickr è il tool editoriale di successo: è ben fatto, colorato, con una grafica accattivante, con decine di funzionalità, intuitivo, rapido nell’utilizzo, semplice nella programmazione, concorrenziale, innovativo. Italiano. Meridionale.

Ma la chiave è composta da ognuno dei tre genitori di PostPickr e da quello che sono riusciti a creare a livello umano e affettivo. Lo si misura dalle oltre 70 persone che hanno donato al solo scopo di contribuire con cifre minime. Lo si misura dalla fiducia data dalle grandi agenzie di comunicazione. Lo si misura semplicemente dal numero di persone che ne parlano, che hanno donato e che continuano spontaneamente  a condividerne gli aggiornamenti.

Il vero successo del crowdfunding avviene quando si crea coinvolgimento basato sul rispetto, la fiducia, il cuore, tutti valori che oggi cerchiamo disperatamente e che inaspettatamente si possono trovare in luoghi impensabili come il dietro le quinte di un freddo prodotto di programmazione editoriale.

 

Ma aldilà dell’obiettivo finanziario, ciò che colpisce è l’affetto e l’entusiasmo che riusciamo chiaramente a percepire intorno a noi ed al nostro progetto: da questo punto di vista, possiamo dire che il vero traguardo è già centrato! (9 feb 2016, Maurizio Lotito)

 

E oltre al crowdfunding perchè tutto ciò piace a noi cowi? Innanzitutto perchè abbiamo scelto gli stessi colori! 🙂

Ma sopratutto perchè in questa storia c’è tutto quello in cui crediamo: coworking – innovazione – sud – territorio – cuore. E noi amiamo il nostro sud.

 

La Capagrossa Coworking sostiene PostPickr.

 

Smart Working e Coworking in Italia

Condividiamo integralmente questo articolo letto su  doxa.it, dove ancora una volta, si evidenzia come il coworking rivesta un ruolo fondamentale per la crescita del lavoro, il quale si sta evolvendo rapidamente e al quale non si può ormai sfuggire!

La ricerca Doxa svolta per l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano mostra che nel 2015 il 17% delle grandi imprese ha in atto progetti strutturati di Smart Working (era l’8% nel 2014). E un’impresa su due ha adottato iniziative tese a creare maggiore flessibilità, come policy su orari e spazi di lavoro, dotazione tecnologica a supporto, revisione del layout degli uffici o interventi sugli stili di leadership.

Gli strumenti tecnologici più usati per abilitare lo Smart Working sono device mobili e i sistemi di social collaboration. Tra le funzioni aziendali più predisposte ad avviare sperimentazioni e progetti pilota spiccano le direzione ICT, ma anche gli acquisti e l’amministrazione. Per fare davvero Smart Working però bisogna ripensare nel profondo cultura e i modelli organizzativi.

Cresce l’interesse per il coworking anche per le grandi aziende: già 349 gli spazi in Italia. Scambio di conoscenza e riduzione costi tra i benefici rilevati dai manager, ma resta il timore sulla sicurezza dei dati.

Nel 2015 il 17% delle grandi imprese italiane ha già avviato dei progetti organici di Smart Working, introducendo in modo strutturato nuovi strumenti digitali, policy organizzative, comportamenti manageriali e nuovi layout fisici degli spazi (lo scorso anno erano l’8%). A queste si aggiunge il 14% di grandi imprese che sono in fase “esplorativa”, che si apprestano cioè ad avviare progetti in futuro, e un altro 17% che hanno avviato iniziative puntuali di flessibilità ma rivolte solo a particolari profili, ruoli o esigenze delle persone.

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Tra le PMI, però, la diffusione risulta ancora molto limitata: solo il 5% ha già avviato un progetto strutturato di Smart Working, il 9% ha introdotto informalmente logiche di flessibilità e autonomia, oltre una su due non conosce ancora questo approccio o non si dichiara interessata.

 

Le iniziative per rendere il lavoro “Smart”

Lo strumento di gran lunga più diffuso tra le imprese italiane che hanno introdotto una qualche iniziativa di lavoro “smart” sono i device mobili – come PC portatili, tablet o smartphone – che consentono di lavorare anche fuori dalla postazione, sia all’interno che all’esterno della sede aziendale: sono già presenti nel 91% delle grandi imprese (e nel 49% delle PMI). Ma ampiamente diffusa è anche la flessibilità di orario, presente nell’82% delle grandi organizzazioni e nel 44% delle PMI. E poi la social collaboration (social nework, forum/blog, sistemi di chat o instant messaging, web conference, sistemi di condivisione dei documenti), attivata già dal 77% di grandi imprese e dal 34% di PMI. Meno della metà delle grandi imprese e un quarto delle PMI invece ha introdotto forme di flessibilità di luogo di lavoro, mentre solo il 20% delle grandi organizzazioni e il 22% delle PMI, ha introdotto innovazioni nel layout fisico degli spazi di lavoro, indubbiamente la leva meno utilizzata.

Sebbene le persone lavorino sempre più̀ in mobilità – il 31,4% dei lavoratori che trascorre già più̀ della metà del suo tempo lontano dalla postazione di lavoro per muoversi sia all’interno sia che all’esterno della sede aziendale – il cambiamento nei comportamenti non trova ancora corrispondenza in spazi e ambienti in grado di supportare la mobilità.

I progetti di Smart Working

Analizzando i progetti di Smart Working già avviati nelle grandi aziende italiane, si scopre che il promotore del progetto è nella quasi totalità dei casi (il 91%) il top management. Mentre i “project leader” delle iniziative si trovano solitamente all’interno delle funzioni HR e IT (rispettivamente nel 71% e nel 37% dei casi). Ma ad essere coinvolte nella gestione del progetto (oltre all’IT stesso) sono spesso anche il Facility management e le rappresentanze sindacali.

I progetti di Smart Working hanno connotazioni molto diverse a seconda del contesto aziendale e delle esigenze, ma in generale solo il 48% delle aziende che dichiarano di fare Smart Working porta avanti iniziative sistematiche su tutte le diverse leve (policy di flessibilità oraria o di luogo di lavoro, strumenti digitali, layout fisici e programmi di formazione tesi a modificare comportamenti e stili di leadership).

Quasi in tutte le aziende sono previsti strumenti digitali (98%) o policy sulla flessibilità di orario (96%), nell’83% dei casi è stata introdotta flessibilità di luogo di lavoro. Minore attenzione viceversa viene data oggi alla formazione sui comportamenti e sugli stili manageriali avviata in modo strutturato soltanto nel 55% del campione. Quest’ultima tuttavia si dimostra a posteriori la leva più̀ critica per il successo dell’iniziativa. Le iniziative meno diffuse, infine, riguardano la revisione del layout fisico degli spazi che, pur richiedendo investimenti spesso rilevante, rappresenta spesso un fattore chiave sia in termini di impatto sui comportamenti che di riduzione dei costi.

Gli Smart Worker

Ogni lavoratore può diventare potenzialmente uno Smart Worker, ma quali lavoratori mostrano oggi un livello di predisposizione maggiore? L’analisi estensiva condotta quest’anno dall’Osservatorio in collaborazione con Doxa, consente di identificare un numero limitato diprofili per ciascuno dei quali è possibile definire un livello di readiness e beneficio potenziale nonché, in prospettiva, definire una configurazione adeguata di leve da utilizzare. Il profilo più promettente da cui iniziare appare essere quello dei Knowledge Worker: si tratta di coloro che, dedicando una parte significativa del proprio tempo ad attività che richiedono concentrazione, possono godere maggiormente della flessibilità ed autonomia introdotta dallo Smart Working. Seguono iMultitasker, coloro che alternano alle attività di concentrazione quelle di collaborazione e comunicazione in presenza, che grazie alla maggiore flessibilità e all’uso di strumenti e spazi più adeguati possono migliorare produttività ed efficacia del loro lavoro. In terzo luogo i Collaborator(quelli per cui predominano attività collaborative in presenza o attraverso tecnologie digitali). I meno pronti sono Communicator eContemplator, il cui lavoro prevede in misura preponderante attività di comunicazione diretta o creatività: benché anche per loro si possano identificare configurazione più “Smart” di lavoro, il livello di benefici ottenibili risulta nel breve più contenuto.

Le funzioni aziendali oggi più predisposte a fare da piloti nell’adozione di logiche di Smart Working sono la Direzione ICT, gli Acquisti e l’Amministrazione controllo e finanza. In questi casi la prevalenza di attività facilmente programmabili, spesso individuali, e per le quali è possibile prevedere un’interazione anche da remoto, consente di adottare efficacemente molte delle leve dello Smart Working.

Il connubio tra Coworking e Smart Working 

Il Coworking è un fenomeno che sta diventando sempre più rilevante in Italia, sia per la crescita degli spazi dedicati sia per l’interesse delle imprese, anche di grandi dimensioni: il 71% dei manager ritiene che il Coworking sia un’opportunità anche per aziende strutturate (il 31% crede si diffonderà come alternativa al lavoro da casa o da altre sedi aziendali, il 40% che sia un’opportunità ma non è convinto che possa diffondersi). Solo il 16% dei manager lo giudica un fenomeno riservato a start up e professionisti.

La relazione tra sviluppo del Coworking e adozione di modelli di lavoro Smart Working appare evidente, eppure ad oggi solo il 36% delle aziende che danno la possibilità̀ di lavorare fuori postazione identifica gli spazi di Coworking come una delle possibili alternative. Le principali barriere all’utilizzo del Coworking da parte dei dipendenti delle aziende riguardano il timore sulla sicurezza dei dati aziendali (individuato dal 58% degli intervistati) poiché non tutte le organizzazioni sono ad oggi sufficientemente mature da garantire di lavorare fuori ufficio accedendo ai dati aziendali con garanzia di confidenzialità̀ e integrità.

Il 59% dei manager si attende dal Coworking in particolare benefici legati ad uno scambio di conoscenza tra chi usufruisce di questa modalità̀ di lavoro, ma sono rilevanti anche la riduzione dei tempi/costi di spostamenti casa-ufficio e la riduzione del senso di isolamento per l’utilizzo eccessivo dell’home working.

 

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La Capagrossa Coworking presenta La Scuola Open Source

Noi e La Scuola Open Source:

  • non abbiamo una sede fisica pronta, ma siamo già operativi;
  • miriamo a creare un contenitore di conoscenza che generi lavoro;
  • vogliamo valorizzare il territorio, quindi la Puglia, quindi il sud;
  • proveniamo da diversi mondi lavorativi e abbiamo competenze molto differenti, ma tutte necessarie;
  • abbiamo entusiasmo, tante idee da condividere e siamo desiderosi di fare rete il più possibile.

Con questi punti in comune, era assolutamente necessario organizzare un incontro e conoscerci e abbiamo deciso di farlo davanti a tutti.

Così La Capagrossa Coworking ha dato appuntamento ai ragazzi de La Scuola Open Source (La SOS d’ora in poi) ieri sera alle 19.30 all’ex Convento dei Domenicani di Ruvo di Puglia, già contenitore di diverse attività culturali. L’occasione dell’incontro è il tour di presentazione che La SOS sta portando avanti in Italia per presentare il progetto con cui hanno partecipato al bando cheFare.

In rappresentanza del folto gruppo misto con quartier generale a Bari, ieri sera sono venuti a trovarci Alessandro, Lucilla, Claudio, Maurizio, Nicolò, Giacomo, Silvia. E nonostante la pioggia, avevamo anche un gradito, partecipe, cospicuo e variegato pubblico.

La presentazione si è svolta alla maniera di un open space technology: nessuno alle spalle e tutti rivolti verso l’argomento centrale della serata ovvero il progetto, gli entusiasmi, le novità, le idee, le genialate ma anche pensieri, dubbi e paure. Un modo di guardarsi direttamente negli occhi e rendere partecipi tutti, un modo per favorire il confronto e la discussione.

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Il concetto di base de La SOS è identico a quello di qualsiasi altra scuola: SI VA PER INSEGNARE, SI VA PER IMPARARE. La caratteristica peculiare è l’interscambiabilità di questi ruoli: chi ha insegnato può imparare altro, e chi ha appreso può a sua volta insegnare quello che fa parte del suo bagaglio di origine. Questo crea un circolo di nozioni che vengono continuamente condivise e quindi sviluppate e quindi migliorate, fino a raggiungere l’eccellenza. Scopo finale de La SOS è favorire l’innovazione sociale e tecnologica.

Ma La SOS è anche molto altro. È hackerspace, centro di promozione del riuso, FabLab, comunità di artigiani digitali, maker, artisti, designer, programmatori, pirati, progettisti, sognatori e innovatori, gruppo aperto per la ricerca e (ovviamente) per la didattica rivolto a tutti (ragazzi, adulti, professionisti e manager).

Immaginate di inserire tutto ciò in una scatola trasparente (perchè visibile a tutti) e di shakerarla: quali e quante combinazioni possono generarsi?

Per avere un assaggio delle potenzialità che possono venire a crearsi, si può visitare la pagina Storie e iniziare ad entrare nel vivo de La SOS.

Storie SOS

Un rapido sguardo alle storie raccolte, e già sale la voglia di abbracciare il progetto, di sostenerlo, di esserne anche parte.

Entrare in contatto con La SOS non può che ampliare gli orizzonti, aprire le nostre menti e generare nuove idee condivise.

Ecco. È esattamente quello che è accaduto a noi ieri sera.

Ci siamo sentiti parte di una Woodstock dell’Italia meridionale, un rave party di menti geniali e sognatrici, una ciurma di giovani (e meno giovani) con la voglia di creare e di non lasciarsi trascinare dai luoghi comuni della società in crisi economica che mira ad infrangere i nostri ideali e le nostre aspettative.

Questo dopo una pizza e svariate birre.

Ma il senso è: come restare a guardare impassibili cotanta volontà di innovazione e di mettersi in gioco e non volersi buttare nella mischia?

Questi ragazzi sognatori concreti hanno dunque partecipato al bando cheFare con il grande progetto de La SOS, dove sono stati selezionati tra i primi 700 progetti e sono passati alla fase delle votazioni on-line insieme ad altri 39 progetti. E’ possibile sostenerli fino al 5 novembre che è praticamente quasi arrivato, quindi

VOTA E FAI VOTARE LA SCUOLA OPEN SOURCE

Nell’ottica dell’open, il progetto con il quale hanno partecipato è visibile, aperto a tutti e commentabile cliccando QUI.

Se si vuole entrare a far parte della community è possibile compilare questo FORM e contribuire alle STORIE.

Noi de La Capagrossa Coworking vi assicuriamo che non ve ne pentirete. E ve lo diciamo perchè ci sentiamo anche noi ormai parte del loro progetto e non vediamo l’ora di iniziare a condividere e condividerci.

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Noi e il coworking che sta nascendo.

Eh già… Siamo veramente molto occupati in questo periodo.

Occupati a gestire il crowdfunding del Talos Festival con la comunicazione e l’organizzazione in vista dell’evento musicale di ottobre (di questo ve ne parleremo nei prossimi giorni), occupati a risolvere questioni burocratiche e logistiche legate all’apertura dello spazio di coworking e alla conferenza stessa che precederà (o sarà contemporanea) all’apertura ufficiale (su questo non abbiamo ancora date ufficiali purtroppo, ma iniziamo a vedere la luce!). Insomma, siamo occupati ad essere occupati.

In tutto questo marasma di cose da fare, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo pensato fosse giusto fermarsi un attimo e fare il punto della situazione. E magari riprendere tutto dall’inizio e chiarirci (e chiarirvi) le idee.

Chi siamo

Se volete sapere “chi siamo fisicamente” i nostri nomi, di cosa ci occupiamo e da dove veniamo (altresì detto “a chi facciamo famiglia”), siamo qui tutti elencati in fila come i soldatini –> chi siamo

Ma se volete sapere chi sono i coworkers e perché hanno deciso di avviare questo progetto, perché qui a Ruvo, perché si chiama La Capagrossa e per altre domande… bè allora dovete perdere un paio di minuti e continuare a leggere l’articolo.

Machecowovuoi

Alcuni dei nostri seguaci si ricorderanno di noi un anno fa, quando abbiamo invaso Ruvolution 2014 con il nostro banchetto e il nostro slogan Machecowovuoi in cui iniziavamo a presentarci e a raccogliere consensi e idee per mettere in piedi questo progetto.

Nelle nostre uscite dell’estate 2014 abbiamo riscosso un discreto successo, coinvolgendo le persone con la domanda “ma che cowo vuoi?” e dando questa definizione della nostra idea.

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Già, ma di che idea stiamo parlando? Che cos’è il coworking?

Il lavoro che cambia

Non è facile spiegare cosa è un coworking, sopratutto a coloro che hanno in mente una sola tipologia di lavoro standard: quello di dipendente da ufficio. Quello dove la mattina ti alzi ed entri in ufficio alla stessa ora, quello dove puoi programmare le ferie, dove a fine mese arriva lo stipendio fisso e i contributi sono versati, quello dove se lavori per un certo numero di anni poi forse arriva la pensione (su quest’ultimo punto, molti hanno maturato seri dubbi già da un pò di tempo).

Attenzione. Il mondo è cambiato. Il posto fisso non esiste più (o quasi), quello da dipendente resiste ancora, ma quanti si sentono al sicuro?

Tanto per citare un certo Lavoisier “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Difatti il lavoro si è trasformato, o meglio: è cambiato il modo di lavorare. Adesso molti si definiscono free-lance, ovvero lavoratori autonomi – o se preferite liberi professionisti – quelli che non hanno ufficio, quelli che lavorano come consulenti, prestano la loro professionalità un pò qui e un pò là, che seguono il mercato del lavoro, che non hanno un solo datore ma ne hanno tanti. Questa tipologia di lavoro è stata favorita dallo sviluppo di internet, che è ormai accessibile a chiunque e ovunque: si è costantemente connessi e si lavora in rete (ci riserviamo di scrivere poi un articolo sul distacco sociale causato da internet).

Questi nuovi lavoratori possiamo definirli “nomadi digitali”.

Nomadi perchè non hanno più una fissa dimora lavorativa, vagano a seconda del “va dove ti porta il lavoro” e il loro ufficio è in un qualunque luogo ci sia una connessione internet: dal tavolino di un bar, ad una biblioteca, alla camera di albergo, alla hall della società che ci chiama per una consulenza. Ma anche, per chi è agli inizi, la casa dell’amico o semplicemente la casa dei genitori (e alzi la mano chi non ha sfruttato o sfrutta ancora quest’ultimo luogo).

Questi “nomadi” sono professionisti in erba o avanzati che fino ad una decina di anni fa eravamo abituati a raggiungere nei loro uffici: geometri, commercialisti, architetti, designer, pubblicitari, consulenti del lavoro figure alle quali oggi si aggiungono i web designer, i social media manager, gli esperti di marketing digitale, gli sviluppatori di software (e di videogiochi) e tutte quelle figure lavorative che ha generato l’era dell web.

Il nomadismo ha quindi creato la necessità di avere degli spazi di lavoro dove fare riferimento, ovunque, in qualsiasi luogo uno venga a trovarsi per necessità professionali. Uno spazio che magari non sia solo di passaggio, ma dove tornarci nelle occasioni successive. Uno spazio che possa diventare un ufficio temporaneo dove avere una scrivania, una sedia comoda, la connessione internet e anche un buon caffè. Uno spazio dove eventualmente accogliere i clienti e con una sala riunioni. Uno spazio dove ci sia anche altra gente, altri nomadi free-lance dove magari fare nuove conoscenze e, perchè no, intrecciare rapporti lavorativi e sviluppare nuovi progetti. Insomma, uno spazio di lavoro condiviso e che, se proprio uno ci deve lavorare e ci deve passare la giornata, sia anche esteticamente piacevole e dove magari ogni tanto si organizza qualche evento interessante.

Vi piacerebbe avere uno spazio del genere? Si chiama (perlappunto) coworking e noi lo stiamo creando.

Il coworking

Ed eccoci all’inizio del quesito. L’idea di aprire uno spazio di lavoro condiviso è arrivato proprio dal fatto che siamo noi stessi “nomadi digitali”.

E questa idea ci piaceva molto.

Abbiamo iniziato ad interfacciarci con altri coworking in Italia e ci siamo confrontati con chi è già dentro questa realtà. Abbiamo scritto la nostra idea. Abbiamo partecipato ad un bando comunale per l’assegnazione dei locali e l’abbiamo vinto. E abbiamo iniziato a progettare i nostri spazi e ad immaginarli realmente realizzati.

Poi è arrivato il momento dei momenti chiave: come lo chiamiamo il nostro coworking?

Non potevamo che partire dal territorio di appartenenza, il nostro territorio, Ruvo. Vi ricorda qualcosa “la copa gruosse“?? È l’espressione che maggiormente distingue i cittadini ruvesi. Utilizzata dai contadini per esprimere tenacia e determinazione, col tempo muta, acquisendo un’accezione negativa. Ci siamo messi in testa che è tempo di rivalutarsi, di reinventarsi. E allora “La Capagrossa” diviene un luogo aperto, il logo del Machecowovuoi si evolve in una grande testa in grado di contenere competenze, idee, progetti, emozioni.

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Deciso nome e logo, abbiamo dovuto progettare gli spazi cercando di renderli il più funzionale possibile, indipendenti ma non troppo, che favorissero insomma le occasioni relazionali. Nella progettazione non poteva mancare lo spazio relax e coffee break, indispensabile per stringere relazioni e chiacchierare non solo di lavoro durante la pausa.

E che dire dello spazio dedicato a conferenze, corsi, workshop, set fotografici…

Alt! Stiamo svelando tutto!

Vi abbiamo incuriosito? Volete dare uno sguardo al nostro progetto? Visitate il nostro sito www.lacapagrossa.it e troverete il nostro percorso fatto fino ad oggi ed i nostri contatti personali e del coworking.

Speriamo nel più breve tempo possibile di poter rendere ufficiali le date di presentazione dei nostri spazi.

Nel frattempo seguiteci sui nostri social Facebook e Twitter per restare aggiornatissimi sulle nostre evoluzioni e sui nostri progetti già in corso!!

Vittoria!!!

Vittoria, ragazzi!! Vittoria!!

È ora di prepararsi!!
A cosa? A riempire le valigie di sogni, progetti, idee e… a trasferirvi da noi! Siete pronti?
Il Coworking a Ruvo sta arrivando…
A breve vi presenteremo il Team.
Per maggiori informazioni o curiosità scriveteci su machecowovuoi@gmail.com / (edit:) info@lacapagrossa.it
oppure
https://www.facebook.com/machecowovuoi

Edit: https://www.facebook.com/lacapagrossacoworking