Noi e il coworking che sta nascendo.

Eh già… Siamo veramente molto occupati in questo periodo.

Occupati a gestire il crowdfunding del Talos Festival con la comunicazione e l’organizzazione in vista dell’evento musicale di ottobre (di questo ve ne parleremo nei prossimi giorni), occupati a risolvere questioni burocratiche e logistiche legate all’apertura dello spazio di coworking e alla conferenza stessa che precederà (o sarà contemporanea) all’apertura ufficiale (su questo non abbiamo ancora date ufficiali purtroppo, ma iniziamo a vedere la luce!). Insomma, siamo occupati ad essere occupati.

In tutto questo marasma di cose da fare, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo pensato fosse giusto fermarsi un attimo e fare il punto della situazione. E magari riprendere tutto dall’inizio e chiarirci (e chiarirvi) le idee.

Chi siamo

Se volete sapere “chi siamo fisicamente” i nostri nomi, di cosa ci occupiamo e da dove veniamo (altresì detto “a chi facciamo famiglia”), siamo qui tutti elencati in fila come i soldatini –> chi siamo

Ma se volete sapere chi sono i coworkers e perché hanno deciso di avviare questo progetto, perché qui a Ruvo, perché si chiama La Capagrossa e per altre domande… bè allora dovete perdere un paio di minuti e continuare a leggere l’articolo.

Machecowovuoi

Alcuni dei nostri seguaci si ricorderanno di noi un anno fa, quando abbiamo invaso Ruvolution 2014 con il nostro banchetto e il nostro slogan Machecowovuoi in cui iniziavamo a presentarci e a raccogliere consensi e idee per mettere in piedi questo progetto.

Nelle nostre uscite dell’estate 2014 abbiamo riscosso un discreto successo, coinvolgendo le persone con la domanda “ma che cowo vuoi?” e dando questa definizione della nostra idea.

machecowovuoi

Già, ma di che idea stiamo parlando? Che cos’è il coworking?

Il lavoro che cambia

Non è facile spiegare cosa è un coworking, sopratutto a coloro che hanno in mente una sola tipologia di lavoro standard: quello di dipendente da ufficio. Quello dove la mattina ti alzi ed entri in ufficio alla stessa ora, quello dove puoi programmare le ferie, dove a fine mese arriva lo stipendio fisso e i contributi sono versati, quello dove se lavori per un certo numero di anni poi forse arriva la pensione (su quest’ultimo punto, molti hanno maturato seri dubbi già da un pò di tempo).

Attenzione. Il mondo è cambiato. Il posto fisso non esiste più (o quasi), quello da dipendente resiste ancora, ma quanti si sentono al sicuro?

Tanto per citare un certo Lavoisier “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Difatti il lavoro si è trasformato, o meglio: è cambiato il modo di lavorare. Adesso molti si definiscono free-lance, ovvero lavoratori autonomi – o se preferite liberi professionisti – quelli che non hanno ufficio, quelli che lavorano come consulenti, prestano la loro professionalità un pò qui e un pò là, che seguono il mercato del lavoro, che non hanno un solo datore ma ne hanno tanti. Questa tipologia di lavoro è stata favorita dallo sviluppo di internet, che è ormai accessibile a chiunque e ovunque: si è costantemente connessi e si lavora in rete (ci riserviamo di scrivere poi un articolo sul distacco sociale causato da internet).

Questi nuovi lavoratori possiamo definirli “nomadi digitali”.

Nomadi perchè non hanno più una fissa dimora lavorativa, vagano a seconda del “va dove ti porta il lavoro” e il loro ufficio è in un qualunque luogo ci sia una connessione internet: dal tavolino di un bar, ad una biblioteca, alla camera di albergo, alla hall della società che ci chiama per una consulenza. Ma anche, per chi è agli inizi, la casa dell’amico o semplicemente la casa dei genitori (e alzi la mano chi non ha sfruttato o sfrutta ancora quest’ultimo luogo).

Questi “nomadi” sono professionisti in erba o avanzati che fino ad una decina di anni fa eravamo abituati a raggiungere nei loro uffici: geometri, commercialisti, architetti, designer, pubblicitari, consulenti del lavoro figure alle quali oggi si aggiungono i web designer, i social media manager, gli esperti di marketing digitale, gli sviluppatori di software (e di videogiochi) e tutte quelle figure lavorative che ha generato l’era dell web.

Il nomadismo ha quindi creato la necessità di avere degli spazi di lavoro dove fare riferimento, ovunque, in qualsiasi luogo uno venga a trovarsi per necessità professionali. Uno spazio che magari non sia solo di passaggio, ma dove tornarci nelle occasioni successive. Uno spazio che possa diventare un ufficio temporaneo dove avere una scrivania, una sedia comoda, la connessione internet e anche un buon caffè. Uno spazio dove eventualmente accogliere i clienti e con una sala riunioni. Uno spazio dove ci sia anche altra gente, altri nomadi free-lance dove magari fare nuove conoscenze e, perchè no, intrecciare rapporti lavorativi e sviluppare nuovi progetti. Insomma, uno spazio di lavoro condiviso e che, se proprio uno ci deve lavorare e ci deve passare la giornata, sia anche esteticamente piacevole e dove magari ogni tanto si organizza qualche evento interessante.

Vi piacerebbe avere uno spazio del genere? Si chiama (perlappunto) coworking e noi lo stiamo creando.

Il coworking

Ed eccoci all’inizio del quesito. L’idea di aprire uno spazio di lavoro condiviso è arrivato proprio dal fatto che siamo noi stessi “nomadi digitali”.

E questa idea ci piaceva molto.

Abbiamo iniziato ad interfacciarci con altri coworking in Italia e ci siamo confrontati con chi è già dentro questa realtà. Abbiamo scritto la nostra idea. Abbiamo partecipato ad un bando comunale per l’assegnazione dei locali e l’abbiamo vinto. E abbiamo iniziato a progettare i nostri spazi e ad immaginarli realmente realizzati.

Poi è arrivato il momento dei momenti chiave: come lo chiamiamo il nostro coworking?

Non potevamo che partire dal territorio di appartenenza, il nostro territorio, Ruvo. Vi ricorda qualcosa “la copa gruosse“?? È l’espressione che maggiormente distingue i cittadini ruvesi. Utilizzata dai contadini per esprimere tenacia e determinazione, col tempo muta, acquisendo un’accezione negativa. Ci siamo messi in testa che è tempo di rivalutarsi, di reinventarsi. E allora “La Capagrossa” diviene un luogo aperto, il logo del Machecowovuoi si evolve in una grande testa in grado di contenere competenze, idee, progetti, emozioni.

img_evoluzione_logo

Deciso nome e logo, abbiamo dovuto progettare gli spazi cercando di renderli il più funzionale possibile, indipendenti ma non troppo, che favorissero insomma le occasioni relazionali. Nella progettazione non poteva mancare lo spazio relax e coffee break, indispensabile per stringere relazioni e chiacchierare non solo di lavoro durante la pausa.

E che dire dello spazio dedicato a conferenze, corsi, workshop, set fotografici…

Alt! Stiamo svelando tutto!

Vi abbiamo incuriosito? Volete dare uno sguardo al nostro progetto? Visitate il nostro sito www.lacapagrossa.it e troverete il nostro percorso fatto fino ad oggi ed i nostri contatti personali e del coworking.

Speriamo nel più breve tempo possibile di poter rendere ufficiali le date di presentazione dei nostri spazi.

Nel frattempo seguiteci sui nostri social Facebook e Twitter per restare aggiornatissimi sulle nostre evoluzioni e sui nostri progetti già in corso!!

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